La Violenza Assistita Intrafamiliare

Di: - Pubblicato: 12 febbraio 2016

La violenza assistita intrafamiliare è una forma di violenza domestica che consiste nell’obbligare un minore ad assistere a scene di aggressività o violenza verbale, fisica, sessuale tra persone che costituiscono per lui un punto di riferimento o su persone a lui legate affettivamente, che siano adulte o minori. La violenza assistita, in quanto maltrattamento psicologico, comporta effetti sul minore a livello emotivo, cognitivo, fisico e relazionale.

Nell’ambito della violenza assistita, occorre distinguere i casi in cui il bambino fa esperienza diretta della violenza, dunque quando è obbligato a vedere, o indiretta, quando ne è messo al corrente o ne percepisce gli effetti negativi.

La violenza assistita provoca sui minori numerose conseguenze: si sentono spesso in colpa per la situazione che si è venuta a creare e si sentono impotenti e incapaci di intervenire; acquisiscono una chiave interpretativa della realtà e del mondo del tutto erronea, malsana e squilibrata.

In tale situazioni è certamente fondamentale il trattamento delle vittime, attraverso un supporto psicologico finalizzato ad uscire dalla dinamica “vittima – carnefice – salvatore”, ma ancor più importante è affrontare la situazione dal punto di vista legale.

L’ordinamento sovranazionale affronta tali tematiche; fonti di riferimento sono da ritenersi la Convenzione di Lanzarote – Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione dei bambini contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale – che prevede un inasprimento della pena per il reato di “Maltrattamenti contro familiari e conviventi”, nonché la Convenzione di New York sulla tutela dei diritti dell’infanzia, il cui obiettivo dichiarato è quello di conseguire l’interesse preminente del fanciullo.

Nel nostro ordinamento, Il riferimento più ricorrente è al reato di maltrattamenti in famiglia, previsto e punito all’articolo 572 del Codice Penale, oltre al decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in legge 15 ottobre 2013, n. 119. Tale legge contiene un intero capo dedicato alla prevenzione e al contrasto del fenomeno che comprende modifiche alla normativa penale; una disposizione che prevede una misura di prevenzione per chi commette “condotte di violenza domestica” ;  una norma volta alla tutela delle vittime di violenza domestica qualora si tratti di “stranieri”. Si prevedono, inoltre,  diverse ipotesi aggravate, tra esse si apprezza l’introduzione della aggravante comune ( art. 61 n. 11- quinquies c.p.) per tutti i delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale (connotati cioè da violenza fisica) oltre che per il delitto di maltrattamenti in famiglia, commessi in danno o in presenza di minori o in danno di “persona” in stato di gravidanza.

Per la prima volta viene, dunque, dato rilievo giuridico al fenomeno della violenza assistita intesa come complesso di ricadute fisiche, psicologiche, sociali e cognitive a breve e lungo termine sui minori costretti a episodi di violenza.

Recentemente, inoltre, la Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 4332/2015 ha aperto decisamente la giurisprudenza di legittimità al tema della violenza assistita dei minori.

In particolare, vengono descritte le condotte che integrano il delitto di cui all’art. 572 c.p., affermando che integrano tale delitto non solo fatti commissivi, sistematicamente lesivi della personalità della persona offesa, ma anche quelle condotte omissive connotate da una deliberata indifferenza e trascuratezza verso gli elementari bisogni affettivi ed esistenziali della “persona debole” da tutelare.

Dunque, nel raggio di offensività può essere considerata la posizione passiva dei figli minori che diventano  sistematici spettatori obbligati delle manifestazioni di violenza, anche psicologica, di un coniuge nei confronti dell’altro coniuge. In particolare, si afferma che le ripercussioni sui minori devono essere il frutto “di una deliberata e consapevole insofferenza e trascuratezza verso gli elementari ed insopprimibili bisogni affettivi ed esistenziali dei figli stessi, nonché realizzati in violazione dell’art. 147 c.c., in punto di educazione e istruzione al rispetto delle regole minimali del vivere civile, cui non si sottrae la comunità familiare regolata dall’art. 30 della Carta costituzionale”.

In buona sostanza, secondo la Suprema Corte, affinché sia integrata la fattispecie di violenza assistita nei confronti dei minori, da sussumersi nel reato di cui all’art. 572 c.p., sono necessari:

  • la reiterazione e la persistenza nel tempo degli episodi;
  • la sussistenza dell’elemento soggettivo da parte dell’agente come sopra descritto.

Dal punto di vista civilistico è, altrettanto, possibile ottenere rimedi protettivi nei confronti di minori vittime di tale violenza, in particolare con l’ordine di protezione contro gli abusi familiari.

Tale provvedimento viene adottato dal giudice, su istanza di parte, per ordinare la cessazione della condotta del coniuge o di altro convivente che sia “causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente” (art.342 bis c.c.).

Alla base dei provvedimenti ex art. 342 ter, c.c. vi sono due distinte circostanze:

  • la convivenza;
  • una condotta gravemente pregiudizievole all’integrità fisica.

La condotta pregiudizievole di regola è caratterizzata dal verificarsi di reiterate azioni ravvicinate nel tempo, consapevolmente dirette a ledere i beni tutelati, e non da singoli episodi compiuti a distanza di considerevole tempo tra loro.

Dunque, il giudice ordina al convivente, reo della condotta pregiudizievole, la cessazione della condotta e ne dispone l’allontanamento dalla casa familiare, stabilendo eventuali provvedimenti accessori quali ad esempio:

  • la prescrizione all’autore della condotta di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima;
  • la richiesta di intervento ai servizi sociali, ad un centro di mediazione familiare o ad associazioni per il sostegno e l’accoglienza di donne, minori o di vittime di abusi e maltrattamenti;
  • la disposizione del pagamento periodico di un assegno.

Con il decreto, il Giudice  stabilisce anche la durata dell’ordine di protezione.

E’ importante, dunque, se si è interessati personalmente da queste vicende o conosciamo persone a noi vicine che vivono queste realtà, prendere coscienza del gravissimo  e permanente pregiudizio che subiscono i minori coinvolti in queste situazioni e attivarsi, quanto prima, per segnalare queste situazioni al fine di tutelare e proteggere le piccole vittime.

Avv. Lisa Sepco

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