Isolamento Sociale: Il Fenomeno Hikikomori Arriva In Italia

Di: - Pubblicato: 14 novembre 2016

Da fenomeno esclusivamente nipponico a realtà del nostro Paese. Il numero di giovani auto-reclusi nelle proprie case ha raggiunto l’ordine di diverse decine di migliaia.

Il fenomeno esordisce in Giappone circa 3 decenni fa, mentre l’avvento in Italia ha interessato solo gli anni più recenti. Il fatto che la cultura giapponese sia estremamente orientata verso integrità, perfezione ed efficienza, suggerisce che il fattore socio-culturale possa esercitare una funzione di non poco rilievo, come causa di questo comportamento di ritiro dal mondo. Non sembrerebbe affatto corretto l’uso del termine patologia, perché alla lettera hikikomori significa semplicemente ritiro, isolamento. Dunque si tratta di un comportamento, una scelta, spesso consapevole, che solo in alcuni casi si accompagna a stati depressivi, ansia sociale e dipendenze. Costituisce un fenomeno a se stante, che non può essere identificato  in modo univoco né tra le conseguenze né come causa di disturbi psicologici.

Il fenomeno hikikomori sembrerebbe una conseguenza del sistema sociale e del suo funzionamento.

Se fino a pochi anni fa costituiva una sindrome culturale a marchio nipponico, l’esplosione in Italia stimola alcune riflessioni su quali mutamenti socioculturali abbiano agito affinché un numero sempre crescente di giovani italiani abbia scelto di rinchiudersi tra le mura di casa, anzi della camera da letto. Alcuni esperti hanno enfatizzato l’aspetto corporeo e individuale.

La società pone una pressante domanda di conformità, da cui, soprattutto i giovani e gli adolescenti, sentono di doversi proteggere, chiudendo la porta della propria stanza, ed evitando un inevitabile senso di inadeguatezza di fronte a modelli di falso perfezionismo. Entrerebbe in gioco quindi il fattore dei canoni stereotipici, non solo relativi all’estetica, ma in senso molto più ampio: la società propone e impone modelli irrealistici, irrispettosi delle singolarità, oltretutto contraddittori.

La macchina sociale funziona da pressa su tutte le generazioni, ma quella adolescenziale, che è per natura un limbo di indeterminatezza, si dà alla macchia. 

I muri di casa, con la giusta invalicabilità e resistenza protettiva, sopperiscono ai confini individuali, ancora fragili. Proteggono dalle pressioni del mondo sociale sì, ma non da quelle familiari; non da domande e aspettative genitoriali, destinate ad essere deluse anche nelle migliori famiglie. Il raggio di vitalità quindi si riduce ulteriormente, e la cameretta diventa un bunker, garantendo un isolamento a 360 gradi.

Il fenomeno hikikomori non può dunque essere bollato esclusivamente come sociale, poiché le dinamiche familiari giocano il proprio ruolo.

Se è vero che gli stereotipi sono generalizzazioni semplificate, è pur vero che nascondono spesso un fondo veritiero, più complesso e articolato rispetto al discorso frivolo.  In questo senso, lo stereotipo della mamma chioccia italiana nasconde un tratto culturale reale dell’italianità, che è la tendenza all’iperprotezione e la difficoltà ad emanciparsi. L’invischiamento familiare non sostiene, anzi, rappresenta un ostacolo rispetto alla definizione di se stessi e all’ingresso nel mondo sociale. Hikikomori può così rappresentare una via di fuga dalle scelte di vita, divenendo paradossalmente una delle alternative possibili, una scelta esistenziale.

Il tiro alla fune tra una esigente e perfezionista società da un lato, e una famiglia che si propone come insistente angolo felice dall’altro, ha reso vulnerabili ed evitanti un buon numero di componenti delle nuove generazioni.

La modernità e la tecnologia d’altro canto offrono un’alternativa alla realtà: una finestra, che può aprirsi a comando su un mondo sufficientemente distante, uno spazio in cui affacciarsi senza correre il rischio di incrociare sguardi domandanti e stringere mani sudate.  Il tanto demonizzato mondo digitale in questi casi può diventare un salvavita. Gli hikikomori riescono ad assumere un ruolo, un volto sociale, un proprio posto nel cyber spazio: più funzionale, meno imbarazzante. Per certi versi, purtroppo, più accogliente ed ospitale, seppur nel proprio genere. La creazione di un’esistenza virtuale (tramite social network, videogiochi di ruolo, avatar, eccetera) sarebbe dunque un escamotage, la soluzione ad un problema preesistente, ovvero il senso di inadeguatezza ad occupare la realtà. Il mondo virtuale offre opportunità di incontro e di partecipazione attiva, oltre che di identificazione.

Uno dei problemi che  si pone, è quale possa essere l’esito di queste reclusioni auto imposte nel lungo termine e quali le azioni possibili per sostenere il reinserimento sociale.

In un’intervista rilasciata a Hikikomori Italia, Carla Ricci (antropologa e ricercatrice all’Università di Tokyo) ha sostenuto che la chiave risolutiva può essere trovata nell’intervento a livello familiare, attraverso la riformulazione dei ruoli e lo scioglimento delle dinamiche disfunzionali, mentre sarebbe irrealistico confidare nel mutamento sociale.

 

Laura Magni, Psicologa