Storia Di Una Bambina Abusata

Di: - Pubblicato: 20 marzo 2017

A cura di Laura Magni

 

Una fanciullezza sfregiata dalle violenze sessuali, da abusi e maltrattamenti: una madre assente e omertosa, un tutore pedofilo. Laura Monticelli racconta un’infanzia rubata e traumatica, non priva di conseguenze, e come ha dato vita a Meti, Associazione per la tutela degli abusati, per “aiutare persone adulte che hanno subito una qualche forma di abuso in età infantile o adolescenziale, di cui portano tuttora le conseguenze”.

 

Buongiorno Laura, eccoci a raccontare la tua storia. Ti ringrazio fin da ora per aver accettato di affrontare insieme tematiche molto delicate, come la violenza sessuale e l’abuso minorile, che purtroppo hai subìto in prima persona. Vorresti raccontarci in che modo sono iniziati gli episodi di abuso?

In realtà, io ho sempre subìto forme di abuso, ognuna diversa dall’altra, ma non per questo meno gravi: fin da piccolissima, ad esempio, mia madre pretendeva che andassi a lavorare nei campi. La casa in cui vivevo con la mia famiglia era sporca e spesso veniva trascurata anche la pulizia fisica delle persone che ci abitavano; c’era inoltre una carenza generale di affetto ed emozioni. All’età di 8 anni, poi, ho perso mio padre e, a causa di diversi cavilli burocratici, io e mia sorella siamo state affidate ad un tutore che fin da subito ha avuto attenzioni particolari nei miei confronti; in quel periodo venivamo spesso trascurate e maltrattate verbalmente e psicologicamente. Dopo diversi mesi in cui questa persona mi allontanava sempre più dai miei coetanei e dalle altre persone di cui mi fidavo, un giorno mi portò in un bosco e lì abusò sessualmente di me.

Provando a guardare dentro te stessa, quali sono le cicatrici più difficili da cancellare e delle quali porterai sempre i segni?

Come ho detto, per me cominciò tutto con la carenza di attenzioni che ricevevo da mia madre fin da piccolissima; nel tempo questo è stato causa della mia ricerca di attenzioni mancate in altre persone, cosa che mi ha resa vulnerabile agli occhi del tutore, che approfittò proprio del mio bisogno di affetto. Ora che sono una donna adulta posso dire che le cicatrici più profonde sono proprio quelle riconducibili al rapporto con mia madre, assente, egocentrica, che spesso guardava dall’altra parte, proprio quando avevo più bisogno di lei. Questo vale sia per gli anni passati con il tutore, ma anche e soprattutto per il periodo precedente, in cui mi veniva vietato di essere una bambina “normale” che andava a scuola e giocava con gli amici.

Violenza di genere e sui minori, sono entrambi temi estremamente attuali.Ripensando alla tua esperienza, quale dovrebbe essere il ruolo delle donne nel promuovere un cambiamento culturale?

Dici bene, il problema è proprio la cultura. Spesso sono proprio le madri che, appena qualcuno cerca di parlare di pedofilia, storcono il naso e ripetono: “A mio figlio non succede”. Per quanto sia comprensibile che parlarne possa essere molto difficoltoso, la primissima difesa attuabile è quella dell’informazione: se sappiamo come queste cose succedono, siamo già a buon punto per fermarle, in quanto siamo in grado di riconoscerle. Questo vale sia per la violenza di genere che per quella sui minori; spesso, infatti, chi ha subito in passato, ad esempio da bambino, una qualche forma di abuso, non solo sessuale, ma anche trascuratezza, maltrattamento, violenza psicologica, violenza assistita, ecc., potrebbe diventare, da adulto, un abusante a sua volta; oppure, è anche possibile che questa persona adulta continui a ricadere in un determinato stile di vita che porta a essere di nuovo vittima, senza mai riuscire a uscire da un circolo vizioso. L’informazione ci aiuta quindi a comprendere non solo cosa ci succede attorno, mettendoci in grado di intervenire, ma anche cosa succede a noi stessi, prevenendo la trasformazione in carnefici a nostra volta o nuovamente vittime.

Oltre a questo è importante, nel caso della pedofilia, essere genitori più attenti: questo non significa solo guardarsi sempre attorno per individuare possibili minacce, ma anche e soprattutto insegnare ai propri figli a riconoscere le situazioni di pericolo. Un esempio pratico: in diverse culture è diffusa la tradizione di salutarsi con un bacio sulle labbra; se questo gesto, apparentemente innocuo, viene fatto da un numero più o meno vasto di persone, quando il bambino si ritroverà a essere baciato sulla bocca da uno sconosciuto, non riuscirà a riconoscere quella situazione come sbagliata. Insegnare ai bambini, fin da piccoli, il rispetto per il proprio corpo e spazio, permettendo solo a un numero limitato di persone di avere a che fare con essi, è indispensabile per metterli al sicuro da future minacce.

Molto diverso è il discorso per gli abusi intra-familiari, sia per i bambini che per gli adulti. Per fortuna per le donne sono nate negli ultimi anni diverse associazioni alle quali ci si può rivolgere anche solo per ricevere informazioni. Per quanto riguarda i bambini il discorso è molto differente: spesso, infatti, almeno nel caso degli abusi sessuali, non ci sono segnali fisici che ne indicano l’avvenimento; inoltre, i genitori, poco informati, sono spesso ciechi a ciò che succede ai propri figli, ignari che il pericolo può annidarsi ovunque, anche nella propria unità familiare. Il suggerimento, quindi, è sempre quello di informarsi e tenere gli occhi aperti, cercando di cogliere ogni minimo segnale da parte dei propri bambini che qualcosa li sta disturbando, per quanto difficile e doloroso possa essere. Il cambiamento culturale, nel caso della pedofilia, può avvenire solo agendo sulle cause che inducono i carnefici a fare del male alle proprie vittime; sono nate, ultimamente, molte iniziative che si occupano della cura del pedofilo: attraverso una terapia è possibile imparare a tenere sotto controllo gli impulsi sessuali e prendere coscienza che agendo in base ad essi si fa del male ai bambini. Da parte di genitori e gente comune è invece indispensabile capire e informarsi, avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte. Sarebbe inoltre utile tornare a parlare di educazione civica e sessuale nelle scuole, dal punto di vista del rispetto delle altre persone, parlando, ad esempio, anche di bullismo, altra forma di abuso.

Come sei arrivata a fondare Meti? A chi vi rivolgete e in che modo offrite aiuto?

All’inizio della mia carriera di scrittrice, durante le presentazioni del mio libro autobiografico La Bambina che Beveva Cioccolata si avvicinavano a me molte persone che, a causa di una qualche forma di abuso subìta molto tempo prima, si ritrovavano da adulte a vivere una vita difficile, segnata da diversi tipi di problematiche (stati depressivi, dipendenze, disturbi alimentari, ecc.), riconducibili al trauma subito. Tutte queste persone lamentavano di non avere un punto di riferimento, un luogo dove condividere il proprio vissuto e le difficoltà attuali. Da questo bisogno comune di non sentirsi soli, è nata Meti. L’Associazione è quindi nata con l’intento di aiutare persone adulte che hanno subito una qualche forma di abuso in età infantile o adolescenziale, di cui portano tuttora le conseguenze.

Questo avviene principalmente grazie ai gruppi A.M.A.A.S. -Auto Mutuo Aiuto Ascolto e Sostegno; attualmente, quelli attivi sono tre.

Il principale è Kore, per donne adulte. Attivo dal 2015, offre alle partecipanti un luogo dove condividere, potersi aprire e parlare di cose che fanno molta paura, senza vergogna o pregiudizi, essendo anche di sostegno e aiuto per chi vive esperienze simili.

Un altro gruppo, nato da poco, è Demetra, per genitori di bambini abusati; come è giusto che sia, si porta l’attenzione sempre sulle vittime, ma questo ci fa dimenticare che anche i loro genitori hanno subito un trauma, dato dall’essersi sentiti impotenti e non aver protetto a sufficienza i propri figli. Il gruppo accoglie questi genitori, in modo che possano confrontarsi ed essere di reciproco aiuto. Di sostegno a entrambi, è il gruppo di arte-terapia; spesso, infatti, è difficile esprimere a parole sensazioni ed emozioni: attraverso l’espressione grafica si può superare lo scoglio del provare a parlare di qualcosa di spaventoso e doloroso senza riuscirci.

Oltre a questo, Meti è convenzionata con diversi professionisti (psicologi, psichiatri, avvocati, ecc.) dai quali è possibile essere indirizzati nel caso ci sia richiesta di una terapia individuale o altri tipi di problematiche. In ultimo, ma non meno importante, Meti è molto attiva sul territorio, con serate informative gratuite e aperte a tutti, anche con la partecipazione di personalità di rilievo attive nel campo dell’abuso e del trauma.

Pensando in modo particolare all’Italia, quali sono le lacune che dal tuo punto di vista andrebbero  colmate per annientare i comportamenti abusanti?

Di questo abbiamo in gran parte già parlato: mancano informazione, attività nelle scuole, andrebbe superata l’omertà. Data la vastità di diversi tipi di abuso, alcuni dei quali talmente sottili o radicati che non ci rendiamo nemmeno conto che esistano, è molto difficile riuscire a eradicarli del tutto. Certo è che la società ha assoluto bisogno di stare al passo con i tempi. Prendiamo ad esempio il bullismo; nel giro di pochissimo tempo si è evoluto in Cyber, lasciando indietro genitori tecnofobi e legislature obsolete che faticano ad adeguarsi alle nuove forme di comunicazione ed interazione con gli altri. Nell’era di internet le informazioni si muovono più velocemente di quanto non abbiano mai fatto: in pochi secondi una foto pedopornografica può viaggiare da una parte all’altra del mondo ed essere scaricata da migliaia di persone. Anche uno stalker ha sempre nuovi mezzi, più tecnologici, per tenere sempre sotto controllo la propria vittima. Quanto è valido un ordine restrittivo che obbliga a tenersi a una certa distanza da qualcuno, se mi trovo oltre la distanza data, ma con una telecamera dotata di zoom?

Di strada in campo di abusi ce n’è molta da fare, in ogni ambito (legislativo, terapeutico, informativo). Si può però cominciare, anche nel proprio piccolo, informandosi attraverso interviste come questa.